martedì 20 gennaio 2015
venerdì 12 dicembre 2014
Waiting for Christmas
Il Natale è una festività crudele, l'ho pensato qualche giorno fa girando tra le bancarelle di questa città. Il Natale non lo puoi ignorare, ti gira intorno con i suoni, i colori, gli odori... sfido chiunque a farselo scivolare addosso. Soprattutto se l'hai amato. Una Pasqua la potrei quasi saltare a piedi pari, chiudo un occhio su di una colomba, ignoro un uovo di cioccolato al supermercato, ma il Natale... come si fa con il Natale?! La gente è stramaledettamente felice di comprare/mangiare/stare insieme. Le persone cercano tra le bancarelle il giusto regalo, io cerco dentro la festività le persone. Quelle che se ne sono andate una dopo l'altra, quelle che potevano pure andare via un po alla volta... che mica si fa così?! Mica si va via in gruppo. Non vale. E io mo che me ne faccio del Natale?
E insomma ero immersa nella malinconia soffocante di questi pensieri quando mi sono sentita felice, felice di aver avuto la forza di cambiare (ancora una volta) le cose, felice di essermi venuta a prendere ciò in cui credevo, di aver trovato una dimensione che mi faccia star bene nel corpo e nella mente. E sarà pure un Natale un pò più vuoto (un bel po più vuoto), ma è un Natale che io mi sono sudata e guadagnata. Oggi festeggio il Natale che vorrei, quello che mi sto costruendo.
E insomma ero immersa nella malinconia soffocante di questi pensieri quando mi sono sentita felice, felice di aver avuto la forza di cambiare (ancora una volta) le cose, felice di essermi venuta a prendere ciò in cui credevo, di aver trovato una dimensione che mi faccia star bene nel corpo e nella mente. E sarà pure un Natale un pò più vuoto (un bel po più vuoto), ma è un Natale che io mi sono sudata e guadagnata. Oggi festeggio il Natale che vorrei, quello che mi sto costruendo.
lunedì 10 novembre 2014
Forse le lucciole non si amano più (cit.)
Sento mia questa nuova, raccolta,
realtà. Ed è forse stato necessario saltare da un minuscolo paese
ad una grande città per capire che la giusta dimensione, per me, sta
nella via di mezzo. E' questa una città che regala molte realtà
senza toglierti di dosso l'umana sopportazione del vivere. Le
distanze che si accorciano, i luoghi che, riproponendosi, diventano
quotidianità. Come piace a me. Ognuno, alla fine, deve trovare la
sua dimensione. Tra le varie “comodità” ci sono le sale cinema,
alcune delle quali, molto vicine casa mia. Non di rado, quindi, ci si
concede un film. La scorsa settimana proiettavano “La storia della
principessa splendente” del maestro Takahata e incuriosita sono
andata a vederlo... amo questo genere d'animazione, ma sono
probabilmente assuefatta dal grande Miyazaki e ora, a distanza di
giorni (devo pensarci sempre un po su), posso definirla una bella
favola, niente di più. Ma non è del film che voglio parlare, è di
una scena quasi surreale che si è venuta a creare in sala a metà
proiezione. Diciamo che già dal principio avevo percepito di essere
tra un “pubblico” alquanto particolare e la mia perspicacia mi
aveva avvertito che non sarebbero state due ore tranquille. Avevo
affianco a me una signora che accompagnava una ragazza con problemi
psichici molto evidenti che sin dai primi minuti di pellicola
indicava lo schermo facendo versi molto simili a miagolii. Fin qui,
tutto normale, di fronte a determinati problemi non devono esistere
intolleranze o fastidi di alcun genere. Ed infatti la ragazza, a mio
avviso, era la più sana della sala. Davanti a me un gruppo di tre
uomini (sembravano ben addentrati in quel genere di filmografia)
ridevano a pieno petto alle scene più drammatiche e profonde. Tanto
che ho cominciato a chiedere a me stessa se non mi stesse sfuggendo
il senso del film. Lateralmente sulla mia sinistra, qualche fila più
su, un uomo di mezza età ripeteva a gran voce le frasi più
significative della principessa splendente. Non so se siete mai
capitati in una di quelle scene dove voi siete nel mezzo e tutto
diventa così paradossale e assurdo che tutto, ma dico proprio tutto,
perde il suo senso logico e lineare. A metà film la signora che è
affianco a me tira fuori il suo cellulare (in modalità silenziosa)
dalla borsa e attiva il display luminoso, lo avesse mai fatto... il
tipo “pappagallo” qualche fila più su ha cominciato ad urlare
(urlare vuol dire urlare) “spegnere i cellulari!” “spegnere i
cellulari!” “spegnere i cellulari!”... sicché la tipa affianco
a me si è sentita leggermente chiamata in causa e gli ha urlato di
risposta “è silenzioso! Si faccia i cazzi suoi!”. Da lì la
situazione è degenerata ad una velocità supersonica, la gente
“normale” in sala ha cominciato a coreggiare
“schhhhhhhhhh....schhhhhhhh...schhhhhh”. Io non me la sono
sentita, pur volendo non sarei riuscita a proferire alcun suono tanto
ero allucinata. Inconsapevole per giunta che il belo stava proprio
per arrivare... uno dei tre uomini seduti davanti a me si alza in
piedi, ha le mani poggiate sui fianchi e fissando l'intero pubblico
(tanto per non sbagliarsi suppongo) urla a gran voce: “la finite o
vi devo spaccare la faccia a tutti?!”. Io mi sono appiattita sulla
mia poltrona come mai avevo fatto nemmeno nel banco di scuola quando
iniziavano le interrogazioni. Per un attimo ho anche meditato di
mollare la sala e rinunciare all'altra metà del film. Ma poi ho
pensato che non volevo rinunciarci e mi è salita una rabbia feroce,
ero al cinema perché volevo “staccare” un po il cervello dalla
vita reale, perché volevo “calarmi” in una favola che mi
portasse da qualche altra parte. Ed invece no, lo spettacolo più
bello (che vuol dire più brutto) me lo regala sempre il genere umano
nella sua più profonda e squallida pochezza.
Ma dove si deve andare per sognare un po?!
Ma dove si deve andare per sognare un po?!
venerdì 24 ottobre 2014
Virgola
Io manco so chi è Bruno Lauzi, ma deve essere uno che sa il fatto suo. Ha scritto questa canzone qui che io ascolto seduta in ginocchio, per terra, davanti la radio di nonna e nonno. Mi rigiro tra le mani le cassette chiuse in una scatola di scarpe ed alla fine scelgo sempre questa, ha la scritta "Daiana" su di un lato, a pennarello. "Metti quella che ci sta tua madre che presenta le canzoni alla radio...", mia nonna ha uno strano modo di esternare il suo orgoglio familiare, di solito lo fa di spalle, in piedi, davanti ai fornelli. Forse perché è sempre lì. Infilo la cassetta e premo il primo pulsante a sinistra come mi ha insegnato nonno, ci stanno quei 4/5 secondi di silenzio dove a me tutto sembra galleggiare nell'aria. Persino mia nonna mi pare più leggera. Le cose tutt'intorno ricominciano ad avere il loro peso quando riconosco "quella" voce, è più giovanile, è più squillante, è la voce guida. Non so ancora che sarà ciò che cercherò sempre quando sarò triste, nella mia vita.
Ero in libreria che giravo tra gli scaffali di libri per bambini e l'occhio mi è cascato su di una copertina, c'era scritto "Virgola". Una parola è stata capace di riaprire un cassetto della mia memoria ormai chiuso da chissà quanto tempo. E lo capite quanto sono belli i ricordi?! Loro sono lì, fanno finta di esser stati dimenticati, quando in realtà si auto custodiscono in quel labirintico posto che è la nostra memoria. Quando uno di loro "risbuca" fuori io mi sento un pò più ricca, un pò più salda, un pò più felice.
Ero in libreria che giravo tra gli scaffali di libri per bambini e l'occhio mi è cascato su di una copertina, c'era scritto "Virgola". Una parola è stata capace di riaprire un cassetto della mia memoria ormai chiuso da chissà quanto tempo. E lo capite quanto sono belli i ricordi?! Loro sono lì, fanno finta di esser stati dimenticati, quando in realtà si auto custodiscono in quel labirintico posto che è la nostra memoria. Quando uno di loro "risbuca" fuori io mi sento un pò più ricca, un pò più salda, un pò più felice.
venerdì 10 ottobre 2014
Si tratta di sopravvivenza
Uso la tecnologia.
La uso attraverso il cellulare, il computer, tutti i mezzi che in qualche modo mi semplificano la vita.
Semplificano, appunto.
La luce no, la luce la voglio accendere e spegnere io.
Altrimenti vi prego, fatemi capire qual'è il metro di misura utilizzato per calcolare la durata della luce automatica in un bagno pubblico. Posso dire con certezza che non è il tempo medio di una minzione normale. E non è giusto (e non è nemmeno comodo) dover salutare il soffitto quando si è in bilico per far centro e mantenere una dignità igienica.
Così, volevo dirlo da un po.
lunedì 8 settembre 2014
Io volevo finire in te come un secondo respiro
Estremo saluto è l'amore,
come una mano che prende l'ultima foglia
e la divora come fosse anima.
Estremo saluto è il tuo bacio.
Io volevo finire in te come un secondo respiro.
Ti ho scelto per la mia morte;
avevo capito in un attimo
che il tuo bacio
mi avrebbe ucciso.
Alda Merini
come una mano che prende l'ultima foglia
e la divora come fosse anima.
Estremo saluto è il tuo bacio.
Io volevo finire in te come un secondo respiro.
Ti ho scelto per la mia morte;
avevo capito in un attimo
che il tuo bacio
mi avrebbe ucciso.
Alda Merini
mercoledì 13 agosto 2014
Al "quore" la "q" non va, ma ci vuole qualità...
E' che c'è un tempo ballerino che va a passi di danza con la mia cervicale.
E la notte sono una corda di violino indispettita che non produce una sola nota.
Ma è bella questa città semi vuota, basta poco per strapparsi di bocca un sorriso.
A queste sinapsi facciamogli saltare a piedi pari i neuroni, spediamole dritte dritte al "quore".
Un errore voluto è una rivoluzione del concetto che si vuol trasmettere :)
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